Psicologia

L’importanza dei “no” nei primi anni di vita del bambino – seconda parte

Riprendendo il discorso iniziato il mese scorso, torniamo a parlare del “no” e, in modo particolare, del significato del “no” sia dal punto di vista del bambino che del genitore.

I frequenti “no!”, i rifiuti e le trasgressioni che si intensificano verso i 2-3 anni, sono comportamenti che fanno parte di una fondamentale tappa evolutiva che porta alla costruzione di un’identità psicologica.

Costruirsi un’identità psicologica significa percepirsi un’entità unica, diversa da altri, con pensieri ed emozioni propri. E’ un processo che inizia nel corso del primo anno di vita e che continua fino all’adolescenza e dovrebbe terminare con l’età adulta.

Verso i 2-3 anni si è proprio nella fase in cui il bambino (o la bambina) inizia a costituire il proprio “IO”; ha acquisito uno sviluppo cognitivo, emotivo e motorio tale per cui è sempre più in grado di percepirsi come un essere distinto dalle proprie figure di riferimento, un essere, quindi, dotato di pensieri ed emozioni diversi e personali.

I frequenti e determinati “no!” hanno, quindi, il significato di consolidare il proprio IO che si sta formando.

Attraverso comportamenti di rifiuto o provocazioni, il bambino afferma la propria individualità, in particolare nei confronti della mamma proprio perché è con lei che ha sviluppato fino a quel momento una relazione di forte dipendenza fisica e psichica.

Questi comportamenti ribelli solitamente fanno parte di una fase passeggera che va assecondata alternando momenti in cui si permette al bambino di esercitare quel potere appena scoperto, a momenti in cui, invece, si mettono dei confini attraverso il proprio ruolo genitoriale.

Un genitore di fronte a “no” decisi e insistenti di un bambino di soli 2 o 3 anni può sentirsi disorientato se fino ad allora aveva sentito grande complicità e disponibilità del proprio figlio nel rispettare le richieste e le regole genitoriali. Oppure può sentirsi scocciato o arrabbiato soprattutto se interpreta tali rifiuti o provocazioni come una sfida, un vero e proprio affronto al proprio ruolo di genitore.
Se per di più ha la sensazione di non riuscire a farsi rispettare dal proprio bambino e a gestire i suoi comportamenti provocatori e “ribelli”, può sentirsi davvero impotente e preoccupato per il futuro.

Queste emozioni riflettono una difficoltà nello svolgere un’importante funzione genitoriale, la funzione normativa, che consiste nella capacità di dare ai propri figli dei limiti, una struttura di riferimento, una cornice coerente in cui poter sviluppare la propria persona.

I genitori che provano le emozioni sopra indicate, tendono a reagire in modo disfunzionale: due sono le principali modalità, tra loro opposte.

La prima consiste nell’abdicare al proprio ruolo genitoriale rinunciando all’idea di dare delle regole e di ottenere dal proprio bambino il rispetto delle stesse. Viene lasciata la totale libertà di fare quello che il bambino desidera senza contrariarlo mai.

La seconda consiste nell’irrigidire il proprio ruolo genitoriale esasperando la funzione normativa. Può capitare a molti genitori di diventare ostili. Al “no” o alla trasgressione del bambino il genitore reagisce con rabbia sgridandolo e punendolo. L’intento è quello di insegnare l’importanza del rispetto della regola, ma in modo meno consapevole, si vuole ristabilire al più presto “chi comanda”. Di fronte alla ripetizione e all’insistenza delle disobbedienze, il genitore può arrivare ad assumere un atteggiamento sempre più repressivo intensificando la frequenza o l’importanza delle punizioni.

Per esercitare la propria funzione normativa con equilibrio garantendo al proprio figlio una crescita sana e serena e a se stessi una maggiore serenità nell’essere genitori, è necessario essere consapevoli dei compiti evolutivi di quella determinata età.

Più il genitore riesce a portare pazienza e ad assumere un atteggiamento flessibile, più questa fase provocatoria diminuirà di intensità e lascerà spazio ad un IO forte e sicuro. La conseguenza evolutiva sarà che il bambino svilupperà una buona consapevolezza di se stesso che gli permetterà di saper scegliere e di sapersi adeguare con equilibrio alle regole della vita sociale.

E’ importante quindi cercare di negoziare: più il genitore si oppone, più rischia di intensificare le reazioni del bimbo, il quale, se vivrà le regole sociali in modo molto negativo come minaccia al proprio essere, farà di tutto per non osservarle; oppure, rischiare di inibire la sua volontà impedendogli la costruzione di un proprio Io indipendente. Nei casi più estremi la conseguenza sarà che il bimbo imparerà a comportarsi come il genitore vuole, per non perdere il suo amore, ma crescendo si troverà in difficoltà quando ad esempio dovrà scegliere, perché non saprà riconoscere quello che lui realmente vuole.

E’ consigliabile, quando è possibile, lasciare al bambino la possibilità di sperimentarsi complimentandosi con lui per l’autonomia raggiunta e comunque senza esagerare. Quando intuite una particolare intenzione del bambino assecondatela se potete, ovviamente se non pericolosa per sé e per gli altri.

Se nel proprio stile educativo vengono contemplate le punizioni o i castighi è importante ricordare che l’obiettivo non è mai quello di umiliare il bambino, ma quello di dare la possibilità di riparare ai comportamenti scorretti in modo da alleviare il senso di colpa conseguente. Importante, inoltre, la coerenza tra ciò che si preannuncia al bambino e ciò che poi si fa.

Le riflessioni sopra indicate rappresentano solo alcuni suggerimenti importanti per imparare a riconoscere al bambino il suo bisogno di differenziarsi con serenità e, nello stesso tempo, per esercitare la propria autorevolezza di genitore senza lotte di potere inutili.

La condizione ideale sarebbe quella di assumere, il più possibile, un atteggiamento di equilibrio tra le esigenze di crescita del bambino e le scelte educative del genitore, in una sorta di allenamento costante che ha come obiettivo la costruzione di una relazione forte ed emotivamente ricca, e che potrà ritornare utile quando questa fase psicologica di separazione e individuazione si ripresenterà con tutta la sua intensità durante l’adolescenza.

Dr.ssa Alessandra Guerrieri, psicologa e psicoterapeuta.