parlare ai figli
Pedagogia

Parlare ai figli: come si fa?

Partiamo da due premesse fondanti:
la prima è sfatare il mito del “dialogo a tutti i costi” con i propri figli e la seconda è riconoscere l’importanza delle domande dei bambini.

Perchè è necessario il mito del “dialogo per forza”? Non ho alcuna intenzione di sostenere che  dialogare con i bambini sia sbagliato, ma confondere il “parlare con loro”, con l’educazione, è un errore.

Coltivare la relazione quotidiana con i figli anche attraverso la parola è importante, ma questa azione non va a sostituire la funzione dell’organizzazione educativa.

Daniele Novara, conosciuto pedagogista italiano, direbbe “In educazione evitiamo gli spiegoni”: troppe parole non servono, confondono i bambini e sono inefficaci.
La seconda premessa che sento di dover fare, riguarda il valore che diamo alle domande che fanno i bambini.

Quando si tratta di educazione (e forse non solo in questo campo), l’attesa è un atteggiamento  essenziale che si traduce in un’altra azione che in campo pedagogico rappresenta una pietra miliare: non anticipare.

Quante volte non siamo stati capaci di attendere le domande dei bambini e abbiamo anticipato, bisogni, richieste, desideri, senza aspettare che fossero loro a chiederle?
Anticipando interferiamo con un’esperienza cruciale dell’apprendimento: la motivazione.

Maria Antonietta Costantino neuropsichiatra del Policlinico di Milano dice: “i bambini non aspettano le spiegazioni degli adulti per interpretare il mondo, ma se ne creano una loro personale.

Dare spiegazioni ai bambini senza aspettare le loro domande, significa anticipare i tempi e probabilmente anche creare delle fatiche o essere fonte di stress.

Un bambino è pronto a ricevere risposte o spiegazioni nel momento in cui è in grado di formulare domande su quell’ argomento.

Quindi che cosa possiamo fare noi adulti?

Innanzitutto raccogliere le informazioni di base che servono per offrire comunicazioni chiare e precise.

Di questi tempi le informazioni sono tantissime e quindi è nostro compito e responsabilità selezionare le informazioni più accreditate e valutare insieme agli altri adulti  che condividono con noi la genitorialità, quali offrire.

Una seconda indicazione è quella di partire dall’esperienza concreta dei bambini.

Proviamo a fare un esempio: per parlare di Corona virus possiamo partire dalla esperienza concreta che hanno vissuto di influenza o di raffreddore.
Un’altra variabile importante nella comunicazione con i bambini riguarda l’età degli stessi che ci invita ad utilizzare un linguaggio adeguato.

Quando parliamo con un bambino di due anni cercheremo di utilizzare un linguaggio semplice nella sintassi, eviteremo discorsi che richiedono ragionamenti troppo articolati, senza rinunciare alla ricchezza lessicale, faremo riferimento al qui ed ora e all’esperienza pratica e concreta.

Ma se nostro figli ha 10 anni possiamo sostenere conversazioni più complesse che fanno riferimento a principi di causa effetto, articolando il discorso, portando temi del quotidiano.

Chiudo questa riflessione con con un suggerimento pratico per la comunicazione.

Una tecnica che si inserisce nelle “pratiche di ascolto attivo”.

Si tratta dell’ascolto laterale della psicologa Rachel Andrew che consiste nella creazione di spazi di parola durante attività pratiche svolte con i propri figli: una camminata, una passeggiata, i momenti in cui si prepara qualcosa insieme, attività come il disegno.

In questi momenti è essenziale evitare, da una parte giudizio e dall’altra i commenti, favorire quindi la costruzione di un contesto di fiducia da parte del bambino per potersi esprimere liberamente.

 

Dr.ssa Lorenza Comi, pedagogista.